

E’ QUESTIONE DI AUTOSTIMA
“Io lo so di non avere una grande autostima, mentre tu ne hai da vendere!” Questa frase, così comune nel linguaggio quotidiano, richiama un’idea diffusa di autostima come una sorta di “quantità” che si possiede:
qualcosa che può essere alta o bassa, presente o carente, quasi fosse una risorsa stabile e misurabile. In questa prospettiva, chi ha autostima appare sicuro, deciso, capace di affrontare le situazioni, chi ne ha poca, invece, si percepisce fragile, incerto, in difficoltà nel riconoscere il proprio valore.
Proviamo a riformulare questa particolare versione considerando l’autostima come il risultato dinamico del modo in cui ciascuno costruisce e mantiene nel tempo il senso di Sé e non tanto una quantità da aumentare.. Non riguarda solo “quanto mi piaccio” o “quanto mi sento capace”, ma il “come” cioè il modo in cui organizzo la mia esperienza, attribuisco significato a ciò che vivo e mantengo una continuità interna della mia Identità.
Ogni persona sviluppa, nel corso della propria storia, un’ Organizzazione di Significato Personale che integra emozioni, pensieri e relazioni significative e all’interno di questa organizzazione, il senso di valore personale prende forma in modo coerente con i sistemi motivazionali che orientano il comportamento. Ad esempio, per alcune persone il sentirsi adeguati può essere strettamente legato al riconoscimento degli altri, per altre, alla capacità di essere autonome, coerenti o all’altezza delle aspettative interne, ciò che nel linguaggio comune viene chiamato “bassa autostima” può quindi essere compreso come l’espressione di un sistema che valuta se stesso secondo criteri molto rigidi o fortemente dipendenti dal contesto relazionale.
Il confronto con l’altro “tu ne hai da vendere”, introduce un ulteriore elemento: la tendenza a valutarsi attraverso uno sguardo esterno, spesso idealizzato. In realtà, ciò che appare come sicurezza nell’altro può essere il risultato di un’organizzazione interna diversa, non necessariamente “migliore”, ma costruita su altri equilibri tra bisogni di conferma, autonomia, appartenenza o controllo; ogni Sistema ha una propria coerenza, anche quando genera sofferenza.
Il punto centrale, quindi, non è aumentare l’autostima come se fosse un serbatoio da riempire, ma comprendere i processi attraverso cui costruiamo il nostro valore personale. Questo implica riconoscere i criteri impliciti con cui ci giudichiamo, gli stati emotivi che accompagnano queste valutazioni e il modo in cui i nostri sistemi motivazionali influenzano tali processi.
Nel lavoro psicoterapeutico, l’obiettivo non è trasformare una “bassa autostima” in una “alta autostima” secondo standard esterni, ma favorire una maggiore flessibilità e articolazione del senso di Sé, questo permette di integrare aspetti diversi della propria esperienza senza ridurli a etichette globali e rigide. In altre parole, non si tratta di diventare “più sicuri” in senso generico, ma di costruire un rapporto con sé stessi più coerente, consapevole e capace di includere anche le proprie fragilità.
È in questo processo che il senso di valore personale può evolvere: non come un traguardo da raggiungere una volta per tutte, ma come una dimensione che si trasforma insieme alla nostra identità, nel continuo dialogo tra ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare.
Dott.ssa Picaro Maria Rosaria

MI STO BOICOTTANDO?
“Non riesco a fare quello che vorrei…”
“Nulla va per il verso giusto…”
“Ce l’hanno tutti con me…”
“Non sono proprio adatto a quel posto di lavoro…”
“Vorrei avere un/a compagna/o ma non ho il tempo da dedicare ad una relazione…”
“Non mi sento felice, ma non posso pensare di essere da un’altra parte…”
“Mi sento nel dubbio e detesto sentirmi così, cosa non va in me…”
Queste sono solo alcune delle tante situazioni nelle quali ci possiamo trovare nella vita, momenti in cui bisogni e desideri, credenze e convinzioni si incontrano e si congiungono con quanto la realtà ci pone o a volte impone, l’anello di congiunzione è rappresentato dalla “lente personale” attraverso la quale interpretiamo la realtà e facciamo le nostre scelte.
In questi momenti di apparente stallo o confusione, è facile cadere nella convinzione di “auto-sabotarsi”, come se esistesse una parte di noi che rema contro i nostri stessi desideri, tuttavia, ciò che chiamiamo “boicottaggio” può essere compreso in modo più articolato e meno giudicante: non come un errore o un difetto, ma come l’espressione coerente di un sistema interno che cerca di mantenere un senso di continuità e stabilità dell’identità personale.
Ognuno di noi costruisce nel tempo una propria Organizzazione di Significato Personale, ovvero un modo relativamente stabile di interpretare se stessi, gli altri e il mondo. Questa organizzazione non è semplicemente un insieme di pensieri, ma un intreccio profondo tra esperienze emotive, memorie ed aspettative che orientano il nostro modo di percepire la realtà.
Quando ci troviamo di fronte a scelte, cambiamenti o desideri, non reagiamo solo in base a ciò che “vorremmo”, ma anche in base a ciò che, a livello più implicito, è per noi tollerabile, coerente e prevedibile.
In questo senso, le difficoltà che incontriamo, sentirsi inadeguati, bloccati, insoddisfatti o divisi tra bisogni opposti, possono essere lette come il risultato di sistemi motivazionali interni che entrano in tensione tra loro. Da una parte può esserci il bisogno di realizzazione, di espansione, di cambiamento, dall’altra, un bisogno altrettanto fondamentale di sicurezza, appartenenza o coerenza identitaria; quando uno di questi poli minaccia l’equilibrio costruito nel tempo, è possibile che emergano stati emotivi di ansia, tristezza, frustrazione o senso di impotenza.
Il lavoro Psicoterapeutico si muove proprio in questa direzione: non correggere dall’esterno ciò che “non funziona”, ma esplorare e rendere più consapevoli i processi attraverso cui diamo significato alla nostra esperienza. Attraverso questa maggiore consapevolezza, diventa possibile riconoscere i propri stati emotivi non come ostacoli da eliminare, ma come segnali che orientano e informano la nostra storia personale.
Gradualmente, si apre così uno spazio di maggiore flessibilità: ciò che prima appariva come un limite rigido può essere riletto come una strategia che ha avuto un senso in un determinato momento della vita, ma che oggi può essere trasformata. In questo processo, il cambiamento non avviene contro sé stessi, ma insieme a sé stessi, integrando nuovi significati senza perdere il senso di continuità personale.
Ritrovare una direzione, quindi, non significa eliminare le contraddizioni, ma imparare ad abitarle in modo più consapevole, riconoscendo che anche nei momenti di blocco è presente un tentativo, spesso invisibile, di mantenere un equilibrio. È proprio a partire da questa comprensione che può emergere una forma più autentica e stabile di benessere.
Dott.ssa Picaro Maria Rosaria

PIUTTOSTO NON DISCUTO
“Spesso rinuncio a sostenere il mio punto di vista, non ne vale la pena anche se poi mi sale il nervoso a mille…”
“Piuttosto non discuto” è una scelta che molte persone riconoscono come familiare: evitare il confronto, rinunciare a sostenere il proprio punto di vista, mantenere la calma in superficie… salvo poi sentire, dentro, un aumento progressivo di tensione, frustrazione o rabbia; questo non è semplicemente un problema di comunicazione o di assertività, ma l’espressione di un equilibrio più profondo tra bisogni di sicurezza e bisogni di affermazione personale.
In questi casi, evitare di discutere diventa una strategia coerente con un sistema motivazionale interno orientato alla preservazione del legame e alla riduzione del rischio di rottura o disconferma.
Rinunciare a dire la propria non è quindi segno di debolezza, ma un modo, spesso appreso molto precocemente, per mantenere una forma di equilibrio interno e relazionale; tuttavia, ciò che viene trattenuto sul piano dell’espressione tende a riemergere sotto forma di stati emotivi intensi: il “nervoso a mille”, la sensazione di non essere visti, o di non contare abbastanza.
Questo apparente paradosso, evitare il conflitto per stare meglio, ma ritrovarsi poi a stare peggio, può essere compreso alla luce del bisogno di coerenza interna. Ogni Organizzazione di Significato Personale tende a mantenere una continuità del senso di Sé: se, ad esempio, una persona si riconosce implicitamente come “quella che non crea problemi” o “che si adatta”, agire in modo diverso può generare una dissonanza difficile da tollerare; anche quando emergerebbe il desiderio di esporsi o di affermarsi, può attivarsi un movimento opposto che riporta verso modalità più familiari e prevedibili.
Il percorso psicoterapeutico offre uno spazio in cui esplorare questi equilibri senza forzarli né giudicarli. Comprendere il senso che ha avuto, e che continua ad avere, il “non discutere” permette di riconoscerlo come una strategia dotata di significato, piuttosto che come un limite da eliminare. A partire da qui, diventa possibile ampliare gradualmente il proprio repertorio, sperimentando nuove modalità di espressione di Sé che non mettano a rischio il senso di continuità personale.
Integrare il proprio punto di vista nella relazione non significa diventare conflittuali, ma costruire una forma più sicura di presenza a se stessi e agli altri; è un processo che richiede tempo e consapevolezza, in cui la sicurezza non deriva più solo dall’evitare il conflitto, ma dalla possibilità di attraversarlo mantenendo un senso stabile di Sé.
Dott.ssa Picaro Maria Rosaria